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| Il gioco delle nuvole.jpg | 873.75 KB |
M., la protagonista del romanzo, ama guardare il cielo e stabilire analogie tra la forma delle nuvole e quella delle creature terrene; nella vita, così come nel cielo, le cose vengono e vanno, prendono forme diverse, a volte scompaiono, ma non senza lasciare una traccia. Sullo sfondo di una Perugia sorniona e affascinante la giovane incontra Z., conosciuto via internet, e con lui vive un’intensa storia di amore e di passione.
Intorno a loro si muovono altri personaggi, tra cui la madre di M. (che vive con una donna), la zia Carolina, una signora borghese di mezza età, rassicurante e inquieta al tempo stesso, il padre, di cui la ragazza ha poche e confuse notizie.
Il romanzo sviluppa le diverse vicende, intrecciando riflessioni, massime di saggezza, interrogativi, ad una vena di costante ironia e ad una rilettura attualizzata di alcune grandi scrittrici italiane, che costituiscono una sorta di “galleria di famiglia” per una storia virata sostanzialmente al femminile.
Filo rosso de Il gioco delle nuvole, chiave ulteriore di lettura, è infine la Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto, citata obliquamente a conclusione del romanzo, che recita: «Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per compiere il miracolo dell’unica cosa».
Intervista a Silvana Sonno.
D: Ciao Silvana. E grazie di aver accettato la mia proposta di rispondere a qualche domanda su di te e sul tuo secondo romanzo ‘Il gioco delle nuvole’ pubblicato da Graphe.it.
Una cosa che ho subito apprezzato durante la lettura del tuo lavoro è la presenza di molte citazioni tratte da alcuni noti titoli della letteratura femminile italiana. Amore per quelle Autrici, per quei libri, o semplice continuità per dare coerenza e spessore al tuo lavoro che, a sua volta, è un romanzo soprattutto di donne?
R: Diciamo che entrambe le ipotesi sono fondate, ma in quest’ordine: io ho seguito la mia protagonista nel suo viaggio di formazione e ho capito, ad un certo punto, che alcune letture le sarebbero state d’aiuto. Così sono andata a cercarle per lei (alcune autrici le conoscevo bene, altre le ho trovate in corso d’opera) e gliele ho fornite. Non è stato difficile perché anch’io, in una certa fase della mia vita, mi sono rivolta alla letteratura femminile per sostenere il mio percorso. Di donna e di scrittrice.
D: Che cos’è il miracolo dell’unica cosa, secondo te?
R: Mi auguro sia il riconoscimento e l’avvenuta consapevolezza da parte della nostra specie di non essere altro dal mondo in cui ci muoviamo, compresi gli oggetti che creiamo e usiamo. Sentirsi ognuna/o di noi una maglia della trama dell’essere. La necessaria dialogicità tra soggetto e oggetto, conoscente e conosciuto, sulla cui separatezza si è costruita ab origine l’opposizione maschile/femminile, fondamento dell’avversione per ogni differenza, dell’univocità del pensiero, della sostanziale solitudine dell’Io. Scrive Jung: “… l’uomo senza relazioni non possiede totalità, perché la totalità è raggiungibile solo attraverso l’anima - Psiche - la quale dal canto suo non può esistere senza la sua controparte, che si trova sempre nel Tu”.
Ecco, credo che il “miracolo” possa consistere nella relazione finalmente dinamica e feconda dell’Io/Tu, che comprende tutte le diverse polarità.
D: Una visione senza dubbio ottimistica che in qualche modo si riscontra anche in M. (Mimosa) e Z. (Zorro). I due protagonisti del libro sembrano infatti vederlo avverarsi, questo miracolo. Ma poi tutto svanisce, col risultato che lei ne esce più matura (hai parlato giustamente di ‘viaggio di formazione’), consapevole, più donna, mentre Zorro preferisce la via della fuga, in linea con tutte le altre figure maschili del romanzo. Correggimi se sbaglio.
R: Non ti sbagli, ma non vorrei che ci vedessi una sorta di cattiva disposizione, da parte mia, nei confronti dei “miei” personaggi maschili.
No, tutt’altro.
È che il romanzo è soprattutto un racconto di storie di donne, del loro difficile percorso nella ricerca di un’identità che le liberi dalle angustie di ruoli precostituiti e liberi, al tempo stesso, le loro risorse interiori e i loro desideri. Gli uomini in quest’ottica sono – mi si consenta l’espressione un po’ rude – personaggi “di servizio” e, sì, un po’ “sfuggenti”.
D: Dalle donne agli uomini e dagli uomini ad alcune relazioni omosessuali che si intrecciano nel tuo lavoro con amori normali (termine che la società purtroppo obbliga). Tuttavia la parola ‘omosessuale’ è citata nel tuo lavoro solamente una volta. Il tutto è trattato con estrema delicatezza. Una delicatezza che riscontro spesso nello stile dello scrivere donna. Nei romanzi in cui si parla di omosessualità al maschile, al contrario, i rapporti sono spesso estremizzati, violenti, contrastanti, a volte animaleschi. Che mi dici a questo proposito?
R: Io penso che l’amore, nelle sue diverse manifestazioni, meriti delicatezza e rispetto. Che si tratti di amore materno, filiale o parentale in senso generale, oppure di amore per partners del proprio sesso o dell’altro sesso, le parole e i gesti che lo tratteggiano – a meno che non ce ne sia una necessità narrativa legata al genere che si percorre o a degli snodi particolari della trama – preferisco abbiano accenti sfumati che rendono emozioni, turbamenti ed atmosfere senza dover fare la cronaca minuto per minuto degli amplessi, compreso il vocabolario a cui ci ha abituato certa filmografia. Per quanto riguarda il modo di raccontare l’omosessualità al maschile io sono d’accordo con te, e trovo quel tipo di rudezza e brutalità d’espressione soprattutto nelle pagine di scrittori (maschi), che mi rimandano un’idea dell’incontro tra uomini che spesso mi imbarazza e a volte mi spaventa. Non credo dipenda dal fatto che noi donne siamo più “gentili” – il che rinvierebbe ad un modello di femminilità che non condivido – credo che forse attiene proprio alla differenza nel vivere la sessualità, come desiderio e attrazione, non solo come pratica, che separa i nostri due generi (e dunque si potenzia nel rapporto omosessuale), e che però trova, per fortuna, conciliazione nel reciproco sentimento d’amore.
D: Concordo pienamente. Pur non conoscendoti personalmente, durante la lettura ho avuto spesso l’impressione che uno dei personaggi de ‘Il gioco delle nuvole’ potesse essere la trasposizione, forse idealizzata, della tua persona. Ti ho ritrovata in Rossella. È così?
R: Rossella mi è vicina per dati anagrafici e, di conseguenza, per certe vicissitudini storico sociali che si sono intrecciate alle “nostre” biografie. Ma io sento molto vicine a me anche gli altri personaggi femminili, compresa la giovane protagonista, che dà conto di un mondo interiore – penso al “gioco delle nuvole” – e di un modo di prendere di petto le situazioni che assomiglia molto a certe mie modalità dell’agire. Anche la zia Carolina, alle prese con la sua “età difficile”, mi è molto cara.
D: A chi suggeriresti di leggere il tuo libro? E perché?
R: Naturalmente a tutte/i. Alle donne perché si riconoscano, come le mie protagoniste, nella necessità di non interrompere il proprio percorso di individuazione e soprattutto nella necessità di ritrovarsi fianco a fianco con altre donne, dentro una narrazione comune. Agli uomini perché se ne avvalgano.
Sono d’accordo con te. Grazie per il tempo che hai voluto dedicarmi. E buon cammino.
Gian Luca Mario Loncrini
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