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Un ricco magnate della finanza americana passa a miglior vita con l’ultimo estremo saluto al suo carissimo amico Bruce, con il quale ha condiviso alcune tra le pagine più belle della propria vita e lasciando sulle spalle di quest’ultimo un fardello molto pesante. Un fardello frutto di un’ultima traiettoria tra genio e pazzia che tratteggia una beffa nei confronti della vita, di se stesso, e dei propri parenti.
L’astio che divise in vita l’ormai defunto Andrew Stokwood dai prossimi congiunti che credono finalmente di poter sfamare bramosie alimentate dal prossimo incasso ereditario, ha spinto l’uomo d’affari a redigere un testamento frutto di un personale parto mentale, e che lascerà del tutto spiazzati gli eredi, di fronte alla lettura delle ultime volontà eseguita dall’avvocato dello Studio Legale Koonig.
La trama da questo momento subisce inevitabilmente un’accelerazione dovuta agli sviluppi previsti o meno da Andrew e messi in atto da parenti che si trovano di fronte ad una situazione di difficile impatto, tanto è stata abile l’intelligenza di Andrew a percorrere gli spazi lasciati intonsi tra le maglie della legge. Da questo momento quindi il destino di ogni singolo personaggio viene messo in discussione dall’impatto subìto contro il testamento di Andrew, con conseguenze che proietteranno il lettore sino alla completa comprensione della metamorfosi di Andrew Stokwood nel vero mercante di destini.
Momenti di grande tensione si alternano ad altri patetici e al limite del grottesco, seguendo un percorso non dissimile da quanto avviene anche per noi personaggi ‘non in cerca di autore’ nelle vicissitudini quotidiane.
Il rapporto tra Andrew e l’avvocato Bruce rischia di essere male interpretato (sembrerebbe una coppia di omosessuali, all’inizio del romanzo), mentre solo col susseguirsi degli eventi, a tratti drammatici e altri più distesi, emerge un’amicizia disinteressata, pura, dove il denaro non la fa da padrone e dove l’importanza di uno sguardo, di una preghiera, di un momento, di un incontro, dei sentimenti, capovolge la trama rendendola accattivante e coinvolgente.
In una New York caotica e glaciale, descritta con pennellate di cinismo e grigiore che danno al romanzo uno spessore ancora più drammatico, coloro che non meritano alcuna redenzione si ritrovano a padroneggiare su persone umili e perdenti. Mentre altre che da tempo hanno abbandonato l’idea di potersi redimere, trovano ancora il coraggio di cercare la speranza al di là di ogni ragionevole possibilità di riuscirvi. Solo questo pensiero di conquista aiuterà a recuperare quella enorme somma di denaro che Andrew Stokwood aveva messo in serbo per gli eredi, un mucchio di api disperate attorno al favo da cui ricavare miele color oro.
Il sussegguirsi di episodi, a volte quasi simbolici ed atti a mettere in luce le caratteristiche più umane di noi uomini (e non disumane come verrebbe da pensare: gli animali non andrebbero mai a disseppellire la carcassa di un ipotetico membro del clan nell’assurdo tentativo di trovare nascosta al suo interno la chiave del mistero) rapisce in toto. Si deve assolutamente arrivare al finale, non tanto per scoprire chi sarà il fortunato membro della prestigiosa famiglia a mettere le mani sul malloppo (ma ci sarà mai un fortunato erede, poi?), piuttosto per scoprire una mente brillante, pura, sincera. Per scoprire che il bello esiste in ogni cosa. Anche nella morte.
Assolutamente da leggere.
Recensione a cura di Gian Luca Mario Loncrini
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